Il petaloso, il saccentoso e lo spaccapalloso

saccentoso

Intanto voglio premettere che questo post non parlerà di #petaloso e della sua storia, dato che ormai la saprete tutti considerando il fatto che negli ultimi due giorni se ne è parlato (tanto, magari anche troppo) in tutti i luoghi e in tutti i laghi (cit.), ma sarà lo spunto per una riflessione. Ogni tanto rifletto. Ogni tanto sono riflessoso. Se siete tra i pochi rimasti sconnessi da ogni mezzo comunicativo negli ultimi due giorni, qui trovate il riassunto dell’episodio.

La mia riflessione invece parte da una cosa successa oggi: su Facebook ho condiviso il post di Giramenti nel quale ci si chiede come mai la storia di questo bambino e della sua maestra abbiano suscitato in diverse persone uno sdegno tanto feroce e ingiustificato. Anche qui, essendo pienamente d’accordo con quanto scritto non sto a ripetermi, ma vi invito a dargli una bella lettura (e a visitare il blog che regala sempre tante soddisfazioni).

Poco dopo averlo condiviso, tra i vari commenti ne arriva uno di una ragazza che mi segnala un articolo su HuffingtonPost scritto dalla giornalista Deborah Dirani che regala ai lettori un’analisi ad ampio spettro su come questa popolarità e questo tumulto nato attorno alla vicenda sia il male assoluto. Quindi ricordatevi: se tra qualche anno saremo tutti estinti o comunicheremo a gesti come dei trogloditi sarà tutta colpa del bimbo petaloso.

Io, che quando voglio so essere anche molto spaccapalloso, ho deciso di prendere amichevolmente Deborah Dirani a esempio per dimostrare la mia tesi. Sono andato a spulciarmi alcuni dei suoi articoli precedenti (e mica troppo indietro eh, giusto gli ultimi). L’ho fatto perché ero certo, certissimo anzi, di trovare qualche vocabolo petaloso, infatti, già i primi due mi regalano parole del calibro di svallettare e whatsappare. Neologismi? Forse. Resta il fatto che non è italiano e che si tratta di parole che, come dice lei stessa con un’ironia, concedetemelo, discutibile “ci tengo a dirlo, Crusca o non Crusca, il correttore di Word non lo riconosce e ho impiegato 3 minuti per farglielo accettare“. Ma non me lo dire! Ma sarà mica perché petaloso è una parola che non esiste? Anche l’ironia, alla fine dei conti, è materia per pochi.

A questo punto sorge spontanea una domanda: com’è che si è subito pronti a criticare un bambino, la sua maestra e l’Accademia della Crusca per aver minato le fondamenta della nostra lingua e poi gli stessi criticoni sono i primi a deturparla sui social, in ufficio o su testate nazionali con discutibili anglicismi, neologismi e termini inventati? La verità è che tutti inventiamo parole, quotidianamente. Alcune di queste prendono piede con simpatia, diventando nazionalpopolari, di queste una manciata riceveranno l’estremo riconoscimento: lo Zingarelli. La maggior parte finiranno nel dimenticatoio. Dov’è la tragedia? Le lingue, da sempre, evolvono. Per fortuna.

Ciò che ho visto io nell’episodio di Copparo è una dimostrazione di come sia possibile stimolare la fantasia di un bambino, di come lo si possa incentivare a esprimersi. Questo non significa che petaloso sia bello, che sarà inserito nel dizionario, che ogni errore da oggi in poi sarà giustificato e nemmeno che la Crusca darà il benestare a ogni sproloquio uscito dalla bocca di grandi e piccini.

L’Italiano non sarà distrutto da un fiore petaloso, ma si estinguerà per colpa di chi sostituisce termini italiani esistenti con parole inglesi o, peggio, con le loro storpiature, è minacciato tutti i giorni da chi è pronto a mettersi di fronte a un bambino al suo innocuo momento di gloria, tutto saccentoso dall’alto della sua cattedra, voglioso di predicare bene, salvo poi essere il primo a razzolare male.


Commenti

Il petaloso, il saccentoso e lo spaccapalloso — 2 commenti

    • No, ma ho comunque ben presente la questione. In realtà è una cosa tipica dell’ambiente informatico in generale, tutto viene italianizzato dall’inglese: hackerare, crackare, crashare e via così.

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