Premio Strega, bibliodiversità e parole al vento

Premio Strega

Dunque dunque, sul finire della scorsa settimana, sulla pagina Facebook del blog, avevo promesso un post velatamente polemico e siccome io mantengo sempre le mie promesse, eccomi qui a parlarvi del Premio Strega e del suo nuovo regolamento a favore della bibliodiversità.

Comincio subito col dire che del Premio Strega, così come degli infiniti altri premi che impazzano nel mondo, dall’Oscar a Nobel, mi interessa relativamente, perché sono convinto che spesso e volentieri questi riconoscimenti non rispecchino il vero valore di chi li riceve ma, soprattutto, di chi non li riceve. Per carità, ci sono le dovute eccezioni, ma tant’è.

Nonostante questo, qualche giorno fa ho letto un interessante post del blog Giramenti dedicato al nuovo regolamento del Premio Strega e un ulteriore post sul blog di Luca Fadda che raccontava la sua auto-candidatura “digitale” e, lasciatemelo dire, sono rimasto perplesso – molto molto perplesso – e ho deciso di approfondire.

Dovete sapere che quest’anno il Premio Strega subirà una vera e propria rivoluzione allo scopo di tutelare la bibliodiversità e la piccola editoria e garantire una partecipazione e una visibilità più eque anche alle case editrici che in genere restano un po’ nell’ombra perché dopotutto, che interessi o meno, il Premio Strega regala una certa visibilità ai libri finalisti e in particolar modo al vincitore: come dimenticare vetrine su vetrine strabordanti di copie di quel libro che fino alla settimana prima nessuno si filava e che, improvvisamente impreziosito da una graziosa fascetta di cartoncino con la dicitura “Finalista / Vincitore del Premio Strega” diventa il bestseller mondiale che tutti vogliono leggere?

Ebbene, il nuovo regolamento prevede la seguente norma a tutela dei piccoli editori: “Se nella Cinquina non sarà compreso almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo, si procederà all’inclusione di quel libro – o, in caso di ex aequo, quei libri – che avrà ottenuto il maggior numero di voti, determinando così una finale a sei o più candidati“. Ora, inutile dire che qualche domanda mi sorge spontanea: il Premio Strega non dovrebbe selezionare il miglior romanzo tra quelli candidati? Immagino di sì quindi perché introdurre forzosamente un libro di un editore medio-piccolo se non arriva naturalmente in finale? Se la selezione della rosa dei cinque finalisti è meritocratica, perché questo trattamento di favore, quasi di pietà? Certo, sono un sacco di se. Quello che mi sorprende è che serva una regola del genere, quasi un contentino per il piccolo editore, così la smette di rompere l’anima. Io mi offenderei.

Già questo potrebbe essere sufficiente, ma c’è di meglio: nell’ottica di tutelare la bibliodiversità e i diritti degli editori medio-piccoli, la partecipazione al Premio Strega è subordinata all’invio di una fornitura gratuita di copie da distribuire alla giuria, solo 500. Sì, giusto una manciata. Ah, e rigorosamente cartacee. Non vi sentite presi un po’in giro? Innanzitutto sarei curioso di sapere quanti piccoli editori possono permettersi di regalare 500 copie considerando i costi di pubblicazione delle stesse, alla faccia della tutela della bibliodiversità. E poi, scusatemi, ma ricordo male o ci avete tormentato per settimane con immagini, banner, post scritti con un’emozione trascinante e parate in piazza con tanto di banda per proclamare a gran voce che #unlibroèunlibro e poi? Al più importante premio letterario italiano una casa editrice nativa digitale non può partecipare? Senza considerare che la questione delle 500 copie sarebbe risolta con un semplice copia-incolla.

Editori, scrittori, blogger, opinionisti ed economisti sono pronti a bombardare i social di campagne utopistiche cariche di idealismo su quanto la lettura vada diffusa, su come la medio-piccola editoria vada tutelata, su come sia vergognoso che l’ebook ci costi quel 18% extra di iva, di come sia inammissibile che RCS e Mondadori si fondano decretando la fine dell’editoria indipendente italiana salvo poi permettere la partecipazione al Premio Strega solo a chi pubblica cartaceo e ha sufficienti mezzi per regalare 500 copie agli altrettanti giurati. Però non temete piccoli editori: se – volesse il caso – nessuno dei vostri libri arrivasse in finale, una spintarella gliela diamo e poi tutti a casa contenti. Non so voi, ma io sono perplesso. L’ho già detto?


Commenti

Premio Strega, bibliodiversità e parole al vento — 6 commenti

  1. Ciao, ho visto che hai messo in rilievo un punto che ho preferito evitare per non dilungarmi troppo e condivido il tuo punto di vista. Parlo del fatto che si faccia la carità al piccolo editore, pescando il primo nella speciale lista “piccoli editori” e infilandolo a forza nella cinquina. Un atto spregevole, alla fine, accattonaggio letterario. Il merito al Premio Strega non è mai stato motivo di vittoria, e questa pratica conferma una volta di più questo aspetto.
    Quello che propongo infatti vale per tutti, grandi e piccoli: che sia la giuria a scegliere tra tutti quelli inviati (in digitale) e non l’appoggio di due persone che, a ben vedere, potrebbero (diciamo potrebbero per non dire hanno) avere un qualche interesse a fare certi nomi.
    Buona
    Luca

    • Ciao Luca,
      sì ho deciso di mettere in evidenza anche questo aspetto perché, in tutta sincerità, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il nuovo regolamento: fossi io un piccolo editore mi offenderei. Inoltre la necessità di porre nero su bianco questo tipo di eccezione, mi dà inevitabilmente l’idea che ci sia qualcosa di nebuloso. Alla fine, se tutto fosse onesto e corretto come dovrebbe essere, qual è lo scopo di tale precisazione? Il trattamento dovrebbe essere uguale per tutti.
      Poi concordo con te, non si può ammettere tutti, l’invio digitale aprirebbe di certo le dighe, ma basterebbe ad esempio porre un limite per editore o trovare un qualsiasi altro modo per livellare i partecipanti. Insomma, a volere il modo lo si potrebbe trovare.
      Vedremo. A presto,
      Fabio

      • Il limite l’ho suggerito nel mio articolo: ogni editore sceglie entro un numero massimo di titoli da presentare, tra quelli che giudica di un certo livello o adatti al premio. Due o tre, magari anche uno solo. Questo, secondo me, è già un modo per fare una prima selezione: l’editore conosce i libri che ha pubblicato, e manderà solo quelli che reputa “migliori” o, comunque, più adatti.

        • Sono d’accordo, questo sarebbe un valido modo per permettere a tutti di partecipare e per tutelare sul serio bibliodiversità e medio-piccola editoria. Pari possibilità a tutti e vinca il migliore.

  2. Sono ugualmente perplessa, caro Fabio.
    Non ho mai creduto che quei premi letterari fossero assegnati per merito e mai ci crederò! Sono quei premi, tipo il premio della critica a Sanremo, che non si possono dare a cose troppo commerciali altrimenti casca il mondo.
    Ci sono libri che nessuno ha il coraggio di criticare solo perchè davanti hanno quella su citata targhetta – che è la cosa che per prima butto via appena ho tra le mani il mio libro – anche se magari li trovano orrendi! Ma perchè?
    Detto questo, come ti ho già detto in un’altra sede #unlibroèunlibro solo per noi lettori – e neanche per tutti – perchè ogni giorno di più mi rendo conto che sono proprio le case editrici a non credere a questa cosa!
    500 copie in regalo sono tantissime, anche forse per una grande CE, mi immagino per una di quelle piccole ed indipendenti! Quella del ripescaggio poi la trovo una cosa triste, sminuente e anche idiota se posso dirlo! Viva l’Italia e le cose all’italiana.

    • Sono d’accordo e a questo punto anche curioso di vedere come andrà a finire questa storia. Per la prima volta mi documenterò sul premio e guarderò chi sarà il vincitore e qual è il suo editore. Ai posteri l’ardua sentenza.

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